Il film diretto dal calabrese Gianni Amelio, in concorso alla 79° edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, non ha ricevuto premi ma è stato molto apprezzato dalla critica
Rivive il caso di Aldo Braibanti scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano, che negli anni 60 fu accusato di plagio ai danni di un suo studente
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“Il signore delle formiche”, film diretto dal calabrese Gianni Amelio, in concorso alla 79° edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, pur non avendo ricevuto alcun premio da parte degli esperti del settore, è di certo uno dei film che ha riscontrato un notevole apprezzamento dagli spettatori che lo hanno già visto nelle sale cinematografiche. Il film è, infatti, un ritratto rigoroso e pieno di dignità di due persone libere, capace di emozionare senza scorciatoie o facili bozzettismi.
Al centro del film il caso di Aldo Braibanti (interpretato da Luigi Lo Cascio) scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano, che negli anni 60 fu accusato di plagio ai danni di un suo studente con cui ebbe una relazione sentimentale. La famiglia del ragazzo, appena maggiorenne, si convinse che Braibanti lo avesse sottomesso fisicamente e psicologicamente, spingendolo a intrattenere con lui rapporti “contronatura”, così decise di rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico dove venne sottoposto a una serie di trattamenti invasivi e disumani per “ guarire” dal suo comportamento inadeguato e vizioso. Il reato di plagio fu abolito solo alcuni anni dopo questa vicenda. Il film di Amelio ha sicuramente un valore informativo e di denuncia per far conoscere una pagina della storia italiana. La sceneggiatura è ricca di nozioni di mirmecologia, di politica, di storia, di vita, ma in parte questa scrittura altisonante arriva allo spettatore più didattica che emotiva. Ne Il signore delle formiche Gianni Amelio racconta un’atroce storia vera, all’ interno di un Paese ancora non pienamente indirizzato verso la rivoluzione dei costumi e dei diritti del ‘ 68, in cui nel codice penale, ancora di epoca fascista, esisteva quel reato assurdo, proprio pochi anni dopo il processo Braibanti cancellato, applicato di fatto per mettere sotto accusa i “ diversi” , insomma il reato di “ omosessualità” , parola inesistente in quel testo. Lo sdegno non prende la mano al regista, che osserva con sobrietà, in fondo non dissimile allo scienziato indagatore del comportamento sociale delle formiche, lo stesso Braibanti, e lascia parlare gli atti del processo, che suonano deliranti.











