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JOLINDA, IL VIAGGIO DI NICODEMO VITETTA TRA RICORDI, DOLORE E FEDE

 JOLINDA

Da Anna Lasso, presidente UGCI Corigliano-Rossano, riceviamo e pubblichiamo una toccante recensione del libro “Jolinda” di Nicodemo Vitetta, edito da Città del Sole edizioni.

Il recente libro di Nicodemo Vitetta è un intenso racconto di vita personale e familiare, intriso di struggente bellezza.
Il titolo “Jolinda” affascina il lettore che, da subito, sente la potenza musicale di un nome che si rivelerà la sintesi di più storie, di più percorsi esistenziali. 

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Il sottotitolo «La vita è un acquarello terso, lieve e perfetto», invece, prepara ad una storia di soavità, una storia leggera e d’incanto.
Ma non è proprio così. Non è così, perchè il centro della narrazione è la malattia, quella più subdola e drammatica: il cancro. Il terribile mostro, duro anche da pronunciare, è l’ombra di tutte le pagine del libro e la linea di ferro dell’intera esistenza dell’autore, il quale compie, come egli stesso dice, «un atto di coraggio». 

Se è facile celebrare le proprie vittorie, è estremamente complesso parlare delle proprie sofferenze. Ripercorrere angustie e dolori può portare a sprofondare in una sofferenza ancora più subdola, perchè tale da evidenziare l’incapacità di uscire dal buio, dal baratro, nonostante le piccole vittorie. 

Nicodemo Vitetta, però, mai cede allo sconforto, perchè i ricordi del male e delle drammatiche fasi del male non lo stravolgono, non lo sciupano, tanto da riuscire a conservare intatta la limpidezza dell’uomo di fede, che vuole, nonostante tutto, tenersi stretta la vita, troppo bella per essere lasciata sola al suo drammatico fluire. 

Dal racconto di Vitetta sembra, infatti, venir fuori la capacità di un uomo protagonista del suo passato e del suo presente, la forza di un agnello percosso che non smette mai di stupirsi davanti al prato in cui l’erba va mangiata, divorata, anche quando è difficile afferrarla, perchè il vento l’ha ridotta alla linea bassa della terra scura. 

Il protagonista di molti segmenti dell’opera è il cuore disperso al cospetto di diagnosi infauste: l’esofago e la tiroide sono parti del corpo ferito, sono parti di sé che, attraverso le parole dei medici, perdono la capacità di rispondere ai richiami della vita.
Vitetta, che racconta lo sbigottimento per la scoperta della malattia, però, non perde mai la lucidità, perchè è intimamente grato per la sopravvivenza al male, perchè non smarrisce mai quella parte del suo essere che si è nutrita della straordinarietà di affetti e sentimenti. La testimonianza del dolore e della paura smette di essere protagonista nell’istante in cui vivida è la memoria del sostegno del suo amore e della sua sana ed operosa famiglia d’origine. 

Gli affetti prendono il sopravvento. Si affievolisce il racconto di sé, anche quando torna alla mente un'altra terribile tappa del proprio percorso, cioè, la diagnosi di escavazione dei nervi ottici con conseguente perdita progressiva dello strumento più prezioso per un essere umano: la vista. 

L’autore non indugia su questo dramma, forse perchè anch’egli è consapevole di ciò che al lettore è chiaro sin dalle prime pagine. Se è vero che è calato il buio davanti agli occhi, è anche vero che si è accesa nell’animo di chi racconta la luce della rivelazione, dell’annuncio di una vita ad ostacoli, ma non meno bella di quella sognata. 

L’io dell’autore finisce nell’ombra, al cospetto della generosità dell’amico Piero, del gesto sacrificale del suocero, della cura quotidiana e delicata della moglie, della 

dedizione competente e professionale del dott. Filippelli. Nicodemo e le atrocità del suo percorso si chiudono nell’angolo, quando i suoi occhi rivedono, attraverso le pagine che scrive, la bellezza della sorella Ermelinda, «un fiore di donna», che non esita a stargli vicino in tutti i sudati momenti dei controlli milanesi. 

Ermelinda prende sulle spalle il peso della tragedia fraterna, ma forse non le basta. Quel fiore, negli anni, reclina il capo. I petali cadono sotto il peso della malattia. Il mostro fa ancora capolino nella famiglia Vitetta, irrompe nell’armoniosa quotidianità di Ermelinda, moglie fedele e tenera madre. 

Ermelinda non si è mai commiserata, non si è mai piegata e spezzata. La dignità del vivere e del morire è stata la cifra enorme del suo essere.
C’è una linea invisibile che unisce strade e destini. Il sacrificio di Ermelinda non è così diverso dal sacrificio di Jole, la Jole che tutti i calabresi, specie nella fase della sua presidenza in Regione, hanno ammirato, indipendentemente dagli schieramenti politici. Poco più che cinquantenne, la Presidente forte e coraggiosa, affascinata da quella politica dinamica che solo i giovani sanno esaltare e innamorata della sua famiglia, lascia orfano il popolo calabro, proprio in uno dei momenti più difficili della storia recente. Jole ha tenuto tutto dentro, la sua bellezza bruna ed imponente non ha fatto trapelare nulla. 

Iole ed Ermelinda, quasi contemporaneamente, si sono librate in aria, a grande altezza. Senza saperlo, sono state sorelle di sconforto e forza, amiche di sventure ed avventure. Senza poterlo immaginare, sono divenute un binomio indissolubile ed oggi sono “Jolinda”, quel nucleo inscindibile di forza femminile, grazie al quale Nicodemo Vitetta è riuscito ad intraprendere il suo viaggio e a portarlo a termine, tra scossoni e consolazioni, tra ricordi e fede. 

Quando le pagine di Nicodemo diventano ode al Signore, si rompe in gola la voce del lettore, che è lì inerme ma ammirato, pieno di sprazzi di speranza: «La morte non è niente. Sono solamente passata dall’altra parte. Siamo ancora insieme e ciò che eravamo l’una per l’altro lo saremo ancora. Pronuncia il mio nome senza ombra di tristezza. Sorridi, pensami e prega». 

A fronte di tutto ciò, chi legge e soffre con Vitetta finisce con l’essergli fedele, grato. Profondamente! 

Anna Lasso

 L'articolo integrale nel Settimanale di venerdì in formato digitale

 

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